Girasoli: in aumento la produzione ad Alessandria e Asti

Il quotidiano "La Repubblica" ha approfondito l'argomento della coltura del girasole in Piemonte, in particolar modo per le province di Alessandria e Asti. L'articolo, a firma di Stefano Parola, cita anche la Cia e scrive così:

"In questi giorni guidare in autostrada tra Asti e Alessandria è un po’ come immergersi in un quadro di Van Gogh: girasoli a destra e a sinistra, tutti con il “capo” rivolto verso l’alto oppure tutti ingobbiti, a seconda dell’altezza del sole. E’ una novità piuttosto recente, legata a una serie di fattori che stanno spingendo i coltivatori a dedicare almeno un po’ dei loro campi a colture che non siano mais. La conseguenza più evidente è ben visibile: alcuni panorami in regione sono cambiati e le fitte schiere di pannocchie verdeggianti sono state sostituite da mari gialli di girasoli, ma anche di soia.

Uno dei motivi che stanno suggerendo ai coltivatori di cambiare si chiama “greening”. È un meccanismo legato alla Pac, la Politica agricola comune, che l’Unione europea utilizzerà fino al 2020 per legare lo stanziamento di fondi a una maggiore alternanza delle produzioni. In parole povere, chi possiede più di dieci ettari per accedere ai contributi europei deve dedicare almeno un 5 per cento del proprio campo a una coltura diversa. Dalla Confederazione italiana agricoltori di Torino spiegano che questa mossa di Bruxelles ha causato soprattutto un “boom” di soia attorno al capoluogo regionale, seguita da una crescita della coltivazione di fave e piselli.

Nelle province sud-orientali del Piemonte, invece, si è assistito a un piccolo ritorno del girasole, che da un paio di anni occupa circa 450 ettari di terreno solo nell’Alessandrino. Dalla Cia locale spiegano che si tratta di un ritorno, perché il fiore tanto caro a Van Gogh era piuttosto diffuso fino a una decina di anni fa. Anche allora, il motivo era squisitamente burocratico ed economico: ai tempi chi coltivava le cosiddette piante oleaginose (cioè in grado di produrre olio) veniva “premiato” di più. Finiti i bonus, si tornò al mais, che comunque garantisce rese maggiori.

Si tratta comunque di piccoli numeri rispetto alle coltivazioni più tipiche del Piemonte, che restano il mais e il frumento, però l’interesse dei coltivatori è in aumento. Il primo motivo è che comunque si tratta di piante che non impoveriscono il terreno e che anzi lo lasciano piuttosto fertile, dunque sono l’ideale per lasciarlo riposare rispetto ad altre produzioni più intensive.

L’altra causa che sta convincendo gli agricoltori è la nascita di un nuovo mercato, ancora piuttosto di nicchia ma comunque promettente. Molte aziende dolciarie, soprattutto le più piccole, stanno studiando con attenzione la possibilità di abbandonare il famigerato olio di palma. È un prodotto che da qualche tempo è finito al centro di un aspro dibattito tra chi è convinto che sia dannoso per la salute e che causi un aumento della deforestazione e tra chi invece ne sostiene la salubrità e l’eticità. Nel dubbio, qualche produttore di dolci sta valutando l’utilizzo di nuovi oli vegetali, a chilometro zero: sarebbero un po’ più costosi ma, garantirebbero comunque un valore aggiunto in più."