Tfr in busta paga ... e le conseguenze in dichiarazione

Dal mese di aprile il Tfr in busta paga è realtà.
Poi i lavoratori dipendenti del settore privato, circa 12-13 milioni, che ne fanno richiesta potranno, se lavorano nello stesso posto da almeno sei mesi, richiedere la quota del trattamento di fine rapporto che spetta loro direttamente nello stipendio, ogni mese anziché tutta insieme.
Ad aprire a questa possibilità, introdotta per ora in via sperimentale fino a metà del 2018, è stata la legge di Stabilità, tuttavia c’è già chi denuncia una scarsa adesione.
Se interessati, a partire dalla busta paga del mese di marzo i lavoratori dipendenti potranno richiede al titolare il Tfr. Ma, a conti fatti, quanti soldi prenderanno in più? L’ufficio studi della Cgia di Mestre ha calcolato che un  operaio con una retribuzione mensile netta di 1200 euro percepirà 71 euro aggiuntivi. Un impiegato, invece, con busta paga di 1600 euro mensili netti al mese, chiedendo l’anticipazione del Tfr porterà a casa altri 112 euro. Un dirigente/quadro, infine, con uno stipendio mensile netto di euro 3000 “appesantirà” la sua retribuzione mensile di altri 214 euro.
Sul fronte della tassazione, però, chiedere l’anticipo non sarà conveniente, perché a fronte di poche decine di euro in più al mese, non solo sarà intaccato il tesoretto per la vecchiaia, ma si subirà una pressione fiscale pesantissima.
Infatti la quota Tfr percepita ogni mese è sottoposta a tassazione ordinaria, fa cumulo con altri redditi percepiti dal lavoratore per cui può determinare una maggiore aliquota marginale Irpef oltre alle addizionali comunale e regionale, rientra nel calcolo degli assegni famigliari, riduce le detrazioni da lavoro dipendente e per famigliari a carico e, non meno importante, rientra anche nei calcoli dell’ISEE richiesto per accedere alle prestazioni sociali, compresa la determinazione delle rette universitarie.
Ricordare: una volta esercitata l’opzione, essa non potrà essere revocata fino al 30 giugno 2018.