Mais, in cinque anni persi 300.000 ettari (pubbl. 02.02.17)

La maiscoltura nazionale vive da tempo una fase delicata. Il settore continua a subire una contrazione delle superfici coltivate a granella e a foraggio, che in 5 anni hanno perso oltre 300.000 ettari (dati ISTAT) giungendo ai minimi storici, e di quelle destinate alla produzione delle sementi, attorno ai 5.400 ettari nel 2016 (dati provvisori CREA) mentre nel 2014 toccavano i 7.800 ettari.

Per la campagna 2016 si prevede un tasso di auto-approvvigionamento del mais da granella inferiore al 60% e valori di import netto che dovrebbero sfiorare i 5.000 milioni di tonnellate. Il risultato è che uno dei cereali di punta della nostra agricoltura perde competitività e rischia di mettere in crisi il sistema agroalimentare Made in Italy: il mais è alla base dell’alimentazione zootecnica di quasi tutte le produzioni DOP e per legge le razioni alimentari degli animali devono contenere almeno il 50% di prodotto italiano”.

I nostri coltivatori sono delusi perché il mais nazionale non garantisce un reddito adeguato e perché il prezzo del mais nazionale, persino il migliore in termini sanitari, è quasi sempre ed immotivatamente inferiore a quello ogm di provenienza extra Ue, ma anche perché si sono trovati ad affrontare in questi ultimi anni un’altra serie di gravi difficoltà, come la limitazione delle conce, la comparsa della Diabrotica e la presenza di micotossine.
Commenta Carlo Ricagni, direttore provinciale Cia Alessandria: "Negli ultimi anni, parallelamemte alla crisi del grano, si è verificato anche un arresto per il mais che ha comportato una diminuzione degli investimenti anche in provincia di Alessandria. La coltura ha costi rilevanti da sostenere, primo tra tutti l'irrigazione, e il prezzo per i produttori non è remunerativo. Alla base di questo crollo della produzione, la spiegazione è legata al reddito che gli imprenditori realizzano, poco sodsifacente".